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Primae Noctis
dal 09-06-2016 18:00
al 04-09-2016 18:00

JIGGER CRUZ È UN’APE

di Francesco Sala

C’è un episodio della storia dell’arte lontano anni luce, sia in senso spaziale sia in senso temporale, dal lavoro di Jigger Cruz. Ma che sembra avere lo straordinario potere elastico di vincere le distanze e portarci di schianto a lui, al suo modo di immergersi nel fluire del tempo. La Pianura Padana del VII secolo dopo Cristo non ha niente a che vedere con le Filippine dei giorni nostri, questo è palese. Ed è quindi un azzardo assoluto avvicinare Jigger agli anonimi scalpellini che cesellano i capitelli della cripta di Sant’Eusebio a Pavia, esempio più unico che raro di scultura longobarda giunto fino a noi. Cos’hanno di straordinario quelle sculture? Sono la testimonianza struggente del riconoscimento – da parte di una sensibilità altra – di un modello alieno, che viene decodificato nei suoi elementi essenziali per essere infine riletto, trasformato, reinventato. Per diventare qualcosa capace di partecipare della doppia natura del nuovo e dell’antico: qualcosa che sa essere unica. I referenti visuali di quegli sconosciuti maestri vengono dalla frequentazione di un ambiente naturale fatto di erbe, volatili e insetti, alberi e piante; forme apparentemente semplici eppure complesse e articolate come frattali. Le stesse, in fondo, che fioriscono ricche di una rigogliosa eleganza nelle volute corinzie dell’Asia Minore. Eppure la loro prassi, il loro quotidiano, sono necessariamente anti-monumentali, figli di una cultura nomade, per certi versi effimera. Una cultura mobile, tramandata dalla velocità eterna della voce e segnata da piccoli oggetti sempre più preziosi e raffinati: i Longobardi sono, come molte altre popolazioni che agitano l’Europa del periodo, ottimi orafi. La loro è dunque, insomma, una memoria tascabile.

Nel momento della conversione opportunista al Cristianesimo, nel momento dell’inurbamento, diventa necessaria l’adozione di sistemi di comunicazione differenti. Nuove divinità, nuovi riti; nuovi riti, nuovi luoghi di culto. Dagli spazi aperti sferzati dal vento delle steppe si sprofonda nelle chiese, i pali effimeri scolpiti come totem, infissi nel terreno per ricordare i defunti, lasciano il posto a colonne che assolvono ben altre necessità. E sulla sommità di quelle colonne, chiaramente, ecco i capitelli. Le cui forme non sono però ne ioniche né doriche, neppure corinzie. I Longobardi fanno propria la funzione decorativa di un elemento canonizzato da secoli, si impossessano della sua sostanza e ne spolpano la forma, la scarnificano per renderla nuova. Strappano le foglie d’acanto una alla volta sostituendole con elementi geometrizzanti, motivi triangolari e ampi accoglienti ovali longitudinali che vengono direttamente dalle fibule, dalle spille, dai monili che da sempre appuntano alle vesti. Sono orefici, i Longobardi: e orefici rimangono. Mescolando la propria tradizione ad un’altra, dando vita quindi ad una tradizione nuova. Che chiamiamo innovazione.

Jigger Cruz non è affatto un barbaro. E il processo mimetico che opera nei confronti dell’arte di un passato a lui molto distante è ovviamente più riflessivo che istintivo. È maturo e consapevole. Eppure, scavando sotto la forza concettuale e la consapevolezza del suo messaggio, andando oltre la pulizia formale, oltre il dominio che esercita su ogni opera, prorompe l’incontenibile energia primigenia di chi – in modo non difforme da quegli inconsapevoli artisti del passato – fa della tradizione consolidata il concime per una tradizione nuova. Se è vero, come scriveva Novalis, che “ogni cenere è polline”, Jigger Cruz è a un’ape che si tuffa da un fiore all’altro, caricandosi di un peso dolcissimo e insieme gravoso. Quello della costruzione di un mondo ulteriore, che galleggia equidistante tra la figurazione e l’astrazione, dove il sacrificio di vecchi idoli produce nuova magia.

Le Filippine sono una nazione particolare, molto più vicina all’Europa di quanto non dicano i chilometri che ci separano. Tre secoli di dominazione spagnola, irrobustiti da una cinquantina d’anni sotto il diretto – e sofferto – controllo degli Stati Uniti, hanno stabilito referenti culturali non dissimili da quelli a cui siamo abituati alle nostre latitudini. La diffusione quasi epidemica del cattolicesimo ha assestato l’orizzonte visuale sui modelli del tardo Rinascimento e del Barocco; la locale Academia de Dibujo y Pintura ha educato nell’Ottocento generazioni di validissimi pittori e scultori proponendo loro la lezione di cosa accadeva a Madrid e nelle altre capitali del Vecchio Continente. Tanto che nel 1884 è il drammatico Spoliarium del filippino Juan Luna a vincere la Medaglia d’Oro dell’Esposizione di Belle Arti nella capitale iberica: nel quadro più grande oggi conservato a Manila, l’artista riproduce lo spregio dei centurioni e del pubblico nei confronti dei gladiatori caduti nell’arena, privati delle proprie corazze e trascinati come bestie. Un soggetto storico puramente occidentale, forse attraversato da una vena polemica – vediamo gli oppressi vessati dai carnefici: Luna sarà con il fratello Antonio tra gli attivisti che lottarono per la libertà del suo Paese – e tradotto su tela con una cruda espressività che rimanda a Goya.

La felice sudditanza nei confronti degli schemi iconografici più classici è del resto tratto distintivo anche per gli artisti filippini a noi contemporanei: basti pensare alla serie di ritratti equestri dal sapore steampunk di Jose Tence Ruiz, tra i protagonisti nel 2015 del ritorno della sua nazione – dopo mezzo secolo – alla Biennale di Venezia.

Jigger Cruz, che non rinnega la propria educazione cattolica ed esplicita la fascinazione per l’arte del passato, metabolizza questa congerie di spunti e stimoli e tratta il tutto come il proprio personalissimo palinsesto, su cui scrivere e riscrivere la Storia. “Sono davvero ossessionato” racconta “dalle tecniche, dai simboli e dai contenuti emozionali degli antichi dipinti. Questi sono i motivi per cui li uso come superficie su cui dipingere, come elementi con una loro profondità”. Parte così dalla riproduzione di quadri di genere – preferibilmente di ispirazione fiamminga: i classici paesaggi e ritratti del XVII secolo – incastonandoli, anche capovolti, in cornici spesso di risulta, elementi corrotti e feriti dal passare degli anni, e trasformandoli in supporti per la sua esplosiva e anarcoide fuga nell’astrazione gestuale. Il colore, spremuto direttamente da tubetti o sac à poche, forma vortici psichedelici dalle nuance elettriche, oppure graffi pastosi; le sottili patine argentee brillano come metallo anodizzato, stese quasi fossero il negativo degli sfondi oro nelle pale del Duecento. Il cortocircuito, nel senso letterale del termine, è presto compiuto: Glitch Habitation titola non a caso, nel 2013, la sua prima personale europea. E per glitch intendiamo infatti il difetto imponderabile e imprevedibile che disturba la regolarità di un sistema elettrotecnico; e per estensione nella musica elettronica – ascoltiamo ad esempio Alva Noto e gli Aphex Twins – la tessitura di sonorità atonali che nasce proprio dalle forzature, dagli errori prodotti in modo controllato da campionatori e strumenti digitali.

La memoria va da qui, per associazione di idee, all’intervento più recente di un altro artista originario del Sud-est asiatico, il vietnamita Danh Vö, ben noto per la sua azione di ripensamento della memoria e delle icone della cultura occidentale. Con il progetto Destierra a los sin rostros / Premia tu gracia ha invaso nell’inverno 2015 gli spazi del Palacio de Cristal di Madrid (costruito nel 1887, vuole il caso, per accogliere l’Esposizione delle Isole Filippine), portando fossili di mammut, frammenti di statue riassemblati, fotografie d’archivio, procedendo in un discorso a lui congeniale di natura quasi archeologica, proponendo un’analisi antropologica che per certi versi riporta alla lezione di Jimmie Durham. Un modello in sintesi canonizzato, universalmente riconosciuto, diametralmente opposto a quello perseguito da Jigger Cruz: con quest’ultimo a confermare allora ancora una volta l’originalità e la novità della propria visione.

“Voglio mostrare la mia estrema connessione con la figura e metterla in una relazione fisica con la superficie: rompere un orizzonte, insomma” continua Cruz. L’arte diventa così una forma di rivoluzione che insiste verso l’autodeterminazione. L’attacco anche ironico ai codici precostituiti (pensiamo a opere come The Fall of Anarchy in Western Philosophy o The New Age Disco Painting, entrambe del 2012), la capacità di surfare tra l’antico e il moderno, dal Barocco alla Pop Art fino all’astrattismo gestuale e materico si rivela pertanto come spasmodica ricerca di un proprio posto nel Tempo della Storia. Una dimensione cronologica che Jigger ha sempre forzato a proprio piacimento, anche contro le regole frenetiche del mercato dell’arte: concedendosi lunghe pause dal lavoro, prendendosi a volte parentesi di anni per concludere una singola opera. 

Dimostrando pazienza e abnegazione. Concentrazione. La forza eterna che riconosciamo alle api.

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